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NOTIZIE DELLA SALA E DAL MONDO DEL CINEMA

COMUNICATO STAMPA CICAE (Federazione Internazionale dei Cinema d'Essai)

I cinema d'essai uniscono le persone, creano spazi di incontro e di scambio, riflettono la diversità del mondo e delle nostre società, difendono la libertà dell'arte e si considerano partner di tutti i registi del mondo che con coraggio, talento e sensibilità osano portare il loro sguardo su un mondo in piena crisi. Per questo, siamo parte integrante di una società democratica viva.

L'attacco della Russia contro l'Ucraina è fonte di grande preoccupazione per noi. Alla luce delle immagini e delle notizie sconvolgenti che ci sono pervenute in questi giorni, ci chiediamo quale sia la nostra responsabilità nei confronti di un mondo libero e aperto e cosa possiamo fare di fronte a questo sentimento di impotenza.

Ciò che riteniamo così naturale in tempi di pace e prosperità ora diventa una responsabilità.

Molti di noi hanno parlato di amici, ospiti e membri del personale che hanno una gran paura per i loro cari. Diversi registi e artisti provenienti da Ucraina e Russia hanno chiesto al mondo di non distogliere lo sguardo da questa guerra. Sono tutti in pericolo imminente. Ci teniamo a rispondere a questo appello.

Come luoghi pubblici, possiamo mostrare la nostra solidarietà con l'Ucraina e con tutti coloro che sono impegnati per la pace e la società civile. Sui nostri spazi di affissione come sullo schermo, saremo in grado di proporre dei film al nostro pubblico, condividere i nostri pensieri, creare un senso di comunità e di appartenenza. Possiamo aiutare portando speranza e mostrando che democrazia e libertà non sono sogni ingenui, ma ideali forti e realizzabili da difendere in un mondo sempre più incerto.

Il cinema ci fa sognare ma non impedisce di assumerci le nostre responsabilità. 

IL CINEMA RIPARTE

Un ritorno a casa tra fatica, nostalgia, e voglia di cultura

C'è una bella frase attribuita al businessman Harvey Mackay: "nessuno ha detto che sarebbe stato facile, hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena". È lo spirito con cui le prime Sale della Comunità hanno riaperto il sipario dopo mesi di chiusura. C'è tanta consapevolezza delle difficoltà da parte dei 12 esercenti SdC che, in 5 regioni d'Italia, hanno fatto strada per una più vasta ripresa, ma forte è anche la convinzione che, quando si parla di cultura e di comunità, ogni sforzo ne valga la pena.

Enrico Piasente, esercente del Cinema Lux di Camisano Vicentino ha spigato che: "per portare in sala 54 persone è servito il lavoro di 14 volontari. Fatica, ma nessuna paura per la riapertura, anzi, non appena c'è stata l'occasione non abbiamo avuto dubbi su cosa fare". Una ripartenza soddisfacente, ma con un unico rimpianto: "finito il film accompagniamo il pubblico in ordine fuori dalla sala. Manca quel bel momento di confronto a fine proiezione a cui eravamo abituati. Tornerà presto". Anche il Nuovo di Magenta a Milano ha ritrovato il rapporto "faccia a faccia" con gli affezionati della sala dopo averlo tenuto vivo in virtuale. Durante la quarantena, è stata ripercorsa la storia della sala con le proiezioni in streaming delle registrazioni dei principali eventi teatrali. A Rimini il cinema Tiberio ha sperimentato una forma ibrida tra sala virtuale e fisica con spettacoli d'opera, musical e teatrali proiettati sul grande schermo.

Anche a Roma, il Cinema delle Provincie ha ricominciatole attività con disciplina. "La nostra rigidità sulle regole è stata capita e adottata dal pubblico. Molti mi hanno confessato la nostalgia della sala. Vedere i film in casa non è la stessa cosa. Il pubblico ha fame del grande schermo, del buio e di vedere lo spettacolo con altre persone" ha ammesso con soddisfazione Tonino Errico, responsabile della sala. Certo, i numeri, a livello di pubblico, sono per tutti piuttosto esigui, anche per via della capacità ridotta delle sale. Ma, di giorno in giorno, sta nascendo un nuovo passaparola.

È ripartita in quarta anche la sala San Luigi di Forlì che, sin dal primo giorno, ha dato un antidoto al "bombardamento" della tv verso i bambini in quarantena proponendo brevità e qualità. Sedicicorto è infatti una rassegna di cortometraggi di animazione: brevi storie per tutta la famiglia, da vedere e votare, attivata sin dal 15 giugno.

Data che, si sa, era molto attesa ed è stata accolta dal Cinema Baretti di Torino con la gioia di un nuovo capodanno. Esattamente un minuto dopo lo scoccare della mezzanotte è iniziato Apollo signore dei dardi, una rivisitazione dell'Iliade in musica, per un pubblico limitato di 31 persone. A supporto anche una diretta Facebook che ha esteso virtualmente la platea. Uno spettacolo per celebrare i 100 giorni di chiusura e per ricordare la difficile situazione del settore. Ma la responsabile Cristina Voghera ha una grande speranza: "guardo al futuro con ottimismo, sento tanta voglia di ritornare a parlare di cultura e, soprattutto, non è mai mancato il supporto del pubblico". Ed è proprio per loro, e con loro, che le Sale della Comunità andranno avanti.

di Gabriele Lingiardi, dal sito ACEC - Sale della Comunità

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI RAPPRESENTANTI DI ACEC-SDC
IN OCCASIONE DEI 70 ANNI
DELLA COMUNITÀ

Sala Clementina
Sabato, 7 dicembre 2019

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto e ringrazio il Segretario Generale della CEI per le sue cortesi parole. Sono contento di condividere questo momento di festa per il vostro anniversario insieme alle altre organizzazioni che nella Chiesa italiana si occupano di cinema e spettacolo. Questa ricorrenza non è una sosta fine a sé stessa, ma un'opportunità per rinnovare gli impegni presi settant'anni fa. Per questo, vorrei affidarvi brevemente tre compiti che traggo dal contesto in cui voi lavorate.

Il primo: comunione. Il cinema, si sa, è un grande strumento di aggregazione. Soprattutto nel dopoguerra ha contribuito in maniera eccezionale a ricostruire il tessuto sociale con tanti momenti aggregativi. Quante piazze, quante sale, quanti oratori, animati da persone che, nella visione del film, trasferivano speranze e attese. E da lì ripartivano, con un sospiro di sollievo, nelle ansie e difficoltà quotidiane. Un momento anche educativo e formativo, per riconnettere rapporti consumati dalle tragedie vissute. Come non ricordare anche le grandi produzioni che hanno raccontato quegli anni? Mi piace citare - perché lo sento molto familiare a questo incontro - il film "I bambini ci guardano". È un lavoro bello e ricco di significati. Ma tutto il cinema del dopoguerra, quei grandi... Tutto il cinema del dopoguerra è una scuola di umanesimo. Voi italiani avete fatto questo, con i vostri grandi, non dimenticatevi di questo. E non parlo per sentito dire. Quando eravamo bambini, i genitori ci portavano a vedere quei film, e ci hanno formato il cuore. Bisogna riprendere questi. Ho menzionato quello per la famiglia, ma sono tanti, tanti... Voi siete eredi di questa grande scuola di umanesimo, di umanità che è il cinema del dopoguerra.

Anche le vostre realtà associative sono valutate sulla capacità di aggregare o, meglio, di costruire comunione: «Noi cristiani siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti. La fede stessa, infatti, è una relazione, un incontro; e sotto la spinta dell'amore di Dio noi possiamo comunicare, accogliere e comprendere il dono dell'altro e corrispondervi» (Messaggio per la 53ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2019). L'invito, allora, è di costruire comunione tra voi, ma anche comunione tra associazioni e organizzazioni che nel mondo cattolico si occupano di cinema, per trasmettere la bellezza dello stare insieme negli eventi di cui siete promotori. Senza comunione, all'aggregazione manca l'anima.

Il secondo: creatività. L'arte cinematografica, come ogni espressione artistica, è frutto della creatività, che rivela la singolarità dell'essere umano, la sua interiorità e intenzionalità. Quando un artigiano modella la sua opera, lo fa integrando testa, cuore e mani secondo un disegno chiaro e definito. Vi incoraggio a dare spazio alla creatività, immaginando e costruendo nuovi percorsi. La creatività è fondamentale: sappiamo benissimo come le nuove piattaforme digitali rappresentino una sfida per i media tradizionali.

Anche il cinema è interrogato dagli sviluppi offerti dalle moderne tecnologie. Le vostre associazioni e organizzazioni, se non vogliono diventare dei "musei", debbono cogliere queste domande in maniera attiva e creativa. L'audacia, come avvenuto con i fondatori, chiama ancora una volta ad essere in prima linea, non però in maniera isolata o in ordine sparso, ma tutti insieme. Cosa potete dire davanti al cambiamento? Senz'altro serve una conversione integrale, che chiama in causa la ricchezza e la profondità di ciascuno. Audacia e creatività per andare avanti e non restare ai margini dell'innovazione.

Il terzo: visione. La visione di un'opera cinematografica può aprire diversi spiragli nell'animo umano. Il tutto dipende dalla carica emotiva che viene data alla visione. Ci possono essere l'evasione, l'emozione, la risata, la rabbia, la paura, l'interesse... Tutto è connesso all'intenzionalità posta nella visione, che non è semplice esercizio oculare, ma qualcosa di più. È lo sguardo posto sulla realtà. Lo sguardo, infatti, rivela l'orientamento più diversificato dell'interiorità, perché capace di vedere le cose e di vedere dentro le cose. Lo sguardo provoca anche le coscienze a un attento esame. Lasciamoci interrogare: come è il nostro sguardo? È uno sguardo attento e vicino, non addormentato? È uno sguardo d'insieme e di unità? In modo particolare, a voi che vi occupate di cinema: è uno sguardo che suscita emozioni? È uno sguardo che comunica comunione e creatività? Le risposte non sono scontate e richiedono un grande lavorio interiore. Lo sguardo comunica e non tradisce, impegna in stili di vita e azioni coordinate per un bene più grande del semplice interesse. Lo sguardo sta a fondamento della costruzione delle comunità. E voi sapete benissimo quanto sia importante superare gli steccati del passato per proiettarsi nei sentieri del futuro. Tutti voi avete nel DNA un sentire ecclesiale. Vi esorto a vivere la vostra passione e la vostra competenza con senso e stile ecclesiale: è la miglior medicina per non cadere nell'autoreferenzialità, che sempre uccide.

Il Signore vi aiuti a camminare in comunione, con creatività e con uno sguardo attento. Vi benedico, prego per voi; e voi, per favore, pregate per me. Grazie!

1949-2019 UN ANNO DI FESTEGGIAMENTI E CELEBRAZIONI PER LE SALE DELLA COMUNITÀ

Sono trascorsi 70 anni dal 1949, anno in cui nasceva l'ACEC - oggi ACEC-sdc - l'associazione di categoria che ha ricevuto dall'episcopato italiano il compito di coordinare, rappresentare, riunire, promuovere e tutelare le Sale della Comunità. Si tratta delle strutture polivalenti, in particolare cinema e teatri, che in ambito ecclesiale fanno propri i linguaggi della multimedialità per sviluppare una pastorale in ambito culturale sempre più attuale e qualificata. «Una scelta associativa quella del '49 - spiega Adriano Bianchi, Presidente di ACEC - che giungeva come frutto di un lungo processo che, partito con la nascita delle prime "sale ricreative cattoliche" (SRC) all'inizio del nostro secolo e avendo registrato una proliferazione notevole di esse, aveva richiamato l'attenzione della Santa Sede».

Un anno quindi di particolare significato che verrà celebrato e vissuto in tanti modi organizzati in tutta Italia grazie alle delegazioni territoriali. L'avvio dell'anniversario arriva prima di tutto con il lancio del nuovo LOGO dell'associazione vestito a festa per le 70 candeline che verranno spente a gran fiato a Roma a dal 6 all'8 dicembre durante l'edizione speciale degli #SdCdays, l'atteso appuntamento annuale dopo le positive esperienze di Ascoli e Bologna. I volontari, gli animatori e i responsabili, in particolare i tanti giovani che offrono una nuova primavera alle Sale della Comunità, potranno in quell'occasione incontrare privatamente Papa Francesco alle ore 12 del 7 dicembre. Le sorprese non finiscono qua ed è proprio il caso di dire "stay tuned".

«AQUILE RANDAGIE»

LO SCAUTISMO AL TEMPO DELLA RESISTENZA


AL "DELLE PROVINCIE"
DAL 30 SETTEMBRE AL 6 OTTOBRE

La storia comincia con don Giovanni Barbareschi, vestito di nero ma senza collarino ecclesiastico, che bussa alla porta di una baita sulle montagne della Valtellina e prende in consegna un ufficiale tedesco. I due si arrampicano da soli lungo un irto sentiero che li porterà dopo ore di cammino in Svizzera. Siamo nell'ottobre del 1945, la guerra è finita, l'Italia liberata dagli oppressori. L'ufficiale è un "pezzo grosso", si tratta infatti del colonnello delle "SS" Eugen Dollmann, capo dei servizi segreti nazisti in Italia, traduttore personale di Hitler e in seguito informatore degli alleati (a Lugano avrebbe organizzato la resa dei tedeschi). Un abile mediatore che, dopo il conflitto, diventerà agente segreto della Cia.

Mentre prosegue la sua marcia verso il confine, però, l'ufficiale con la svastica sul braccio ha ancora dei dubbi sul suo accompagnatore, non si fida, ha paura che lo voglia tradire per consegnarlo ai partigiani che - temeva - si sarebbero vendicati facendo giustizia sommaria. I due si fermano in una radura per bere un po' d'acqua e il gerarca si accorge che il prete indossa una fibbia con l'immagine delle "Aquile randagie", l'organizzazione clandestina dello scautismo cattolico. Il sacerdote aderisce anche alle Brigate Fiamme Verdi dei partigiani democristiani e l'ufficiale tedesco lo sa... Don Giovanni cerca di tranquillizzare il suo compagno di viaggio ma la tensione rimane alta.

Alla vista di un cervo che attraversa la strada i due si ammutoliscono e, finalmente, si guardano negli occhi. È il momento decisivo per le certezze che entrambi cercavano nell'altro. Non ci saranno vendette né colpi bassi. Giungeranno presto oltre la frontiera. E la loro "amicizia" non finirà qui. Alla vicenda del prete lombardo, medaglia d'argento della Resistenza, riconosciuto dopo la guerra "Giusto tra le nazioni", si intrecciano le storie quotidiane di un gruppo di lupetti e guide scout che diciassette anni prima a Milano, con base operativa nella cripta di San Sepolcro, vivono in segreto i loro valori e continuano a svolgere all'aria aperta le attività educative e ludiche del movimento di Baden-Powell che Mussolini nel 1927 aveva formalmente sciolto ritenendolo pericoloso per il regime. Durante il fascismo, entrate in vigore le leggi razziali, gli scout agiranno in clandestinità attraverso l'Oscar (Opera Scautistica Cattolica Aiuto Ricercati) per far espatriare in terra elvetica con documenti falsi gli ebrei perseguitati: grazie al loro coraggio in più di tremila riusciranno a sfuggire ai lager nazisti. Ma furono tratti in salvo dagli scout anche prigionieri di guerra e renitenti alla leva.

È la trama, tessuta con storie vere, di un film che si intitola Aquile randagie. Lo ha diretto il giovane cineasta Gianni Aureli (ex capo scout) per la casa di produzione indipendente Finzioni Cinematografiche: racconta un pezzo di Resistenza italiana e personaggi rimasti spesso fuori dai libri di storia. Le riprese, iniziate il 30 luglio, sono appena finite a Pavia. A settembre comincerà il montaggio della pellicola che arriverà nelle sale italiane, presumibilmente, all'inizio del 2019 distribuita dall'Istituto Luce di Roma che ha intenzione di portare il film anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

«È un film sulla guerra, ben documentato da una ricerca storica, che mostra anche l'allegria, il coraggio e la spensieratezza di giovani» spiega Aureli, romano, 34 anni, alla sua prima esperienza dietro la cinepresa per un film di finzione dopo tanti documentari e reportage. Non mancano emozioni, suspense e scene forti, come quelle che si riferiscono alla strage dei partigiani avvenuta a piazzale Loreto il 10 agosto del 1944 (fu don Giovanni a benedirne le salme, come fece, nello stesso luogo, anche con i corpi di Mussolini, della Petacci e degli altri fascisti fucilati a Dongo il 29 aprile del 1945). Protagonisti principali del film sono Alessandro Intini (nei panni di don Barbareschi), Teo Guarini e Romeo Tofani.

Tra le location scelte, oltre a Milano, anche Pavia, con il collegio universitario Ghislieri (quello di cui fu rettore il beato Teresio Olivelli, altro valoroso combattente per la libertà) e le montagne della Valtellina e della Val Codera. «È stato per me un piacere dare la possibilità a tanti giovani attori di poter esprimere il proprio talento dando vita a un personaggio di questo film» commenta Aureli. «Il messaggio che vogliamo trasmettere a tutti - conclude - è che gli scout non sono solo quelli che fanno attraversare le vecchiette sulle strisce, ma gente che ha fatto una scelta coraggiosa, ragazzi che hanno preso in mano la loro vita seguendo valori spirituali, morali e fisici di educazione non formale come quelli proposti dall'Agesci». Scopo del film, è anche quello di tenere vivo il motto delle Aquile Randagie: «Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso».

Fulvio Fulvi, martedì 28 agosto 2018
in Agorà - Avvenire.it

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